Divenire piccoli e fratelli

Secondo incontro durante la Settimana di Spiritualità, tenuto da don Michele Ferrari, docente di teologia morale e cappellano della Pontificia Università Lateranense.

Donaci Padre lo Spirito della piccolezza perché possiamo scendere dalle sicurezze che ci rendono difficile l’ascolto; guardaci con tenerezza ancora una volta e visitaci con la tua grazia, fa che l’accoglienza della tua Parola converta il nostro cuore alla vera fraternità.

Sono grato per la possibilità di mettermi con voi in ascolto del Vangelo e di essere qui per qualche giorno, contemplativo della grazia e della fraternità. Ho pensato che potrebbe farci bene rileggere un capitolo del Vangelo di Matteo nel quale si parla di piccolezza, si fa cenno all’accoglienza e si tratta della vita fraterna. Il capitolo 18 è infatti il cosiddetto Discorso Ecclesiale o comunitario, viene chiamato così perché al suo centro compare per ben 2 volte il termine ekklesìa. È il IV di 5 discorsi che il I evangelista presenta in qualche modo come un Pentateuco per i discepoli del Signore. Così come la Torah doveva plasmare mente e cuore del pio israelita, questi discorsi dovrebbero divenire luce per le nostre coscienze. 

Evidentemente non c’è il tempo di commentarlo tutto in modo approfondito allora estrapoliamo da esso un tema particolare. Come vedete il titolo che ho voluto dare è in qualche modo per voi “provocatorio”: “Diventare piccoli e fratelli”. Voi siete piccoli fratelli, eppure queste due caratteristiche fuse nel nome e che dovrebbero divenire parte costitutiva della Sequela, sono sempre ancora da imparare. Sempre la fraternità richiede cura, sempre è necessario imparare a farci piccoli. Con il dire imparare non mi riferisco alla mera comprensione intellettuale: abbiamo bisogno di desiderarle, di chiederle al Signore, scegliere quotidianamente atteggiamenti che vadano su questa linea e, cosa non secondaria oltre che non facile, lasciare che la fraternità collabori con il plasmarne in noi questi tratti senza scappare, rimanendo lì dove siamo. 

L’invito che vi faccio poi è quello di rileggere il discorso con calma, più volte, e di soffermarvi lì dove provate gusto spirituale. È una pagina che può aiutarci a scorgere quale tipo di comunità vuole il Signore. E prima di entrare nei temi specifici vi dico solo in modo sintetico che da tutto il testo possiamo ricavarne alcuni aspetti fondamentali. Quella di questo discorso è: 

1. Comunità in cui conta di più chi conta di meno agli occhi del mondo: scala di valore diversa da quella corrente;

2. Il più piccolo non solo è il più grande ma è difeso, il più umile e debole è protetto;

3. Comunità in cui vi sono inevitabilmente scandali. Ma sono considerati con orrore;

4. Comunità in cui vi è cura e preoccupazione per chi si allontana e c’è gioia per chi ritorna. 

Due saranno allora i momenti della mia riflessione: in un primo momento ci soffermeremo sul divenire piccoli e fratelli e, da ultimo, su una pratica particolare per aiutarci in questo cammino di crescita nella piccolezza: la correzione fraterna. 

 

1. Lasciarsi fare piccoli da Gesù 

Soffermiamoci anzitutto brevemente ancora, in modo semplice, sulla struttura e sui temi della composizione già questa ci può suggerire molto.Potremmo forse dividere il testo in due grandi parti. Il discorso si apre con una domanda dei discepoli al primo versetto e poi, successivamente, ci sarà la domanda di Pietro al vs. 21; nella prima parte poi, Gesù racconta una parabola, quella del pastore e della pecora perduta (18,2-10), nella seconda ci sarà ancora una parola, quella del re e del servo spietato (Mt 18,23-34) ed entrambe si chiudono con il rimando “Così il Padre vostro che è nei cieli” (18,14. 35). 

La prima sezione trova una sua “intonazione” dal gesto simbolico che compie Gesù, ascoltiamolo: 

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?”. 2Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro 3e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. 4Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me (Mt 18,1-5)

La questione posta dai discepoli non riguarda una gerarchia della comunità ma, piuttosto ma la grandezza spirituale in rapporto al regno dei cieli, ovvero nell’orizzonte del progetto di Dio; e qui i discepoli non sono solo il gruppo ristretto ma tutti i credenti così come apparirà dal resto del discorso nel quale ci si rivolge alla comunità e ai singoli. Il primo momento simbolico della risposta presenta un verbo importante che è un appello spirituale forte, è necessario convertirsi e diventare come bambini. E questa necessità di trasformazione è imprescindibile per entrare nel regno dei cieli, ciò è detto in modo incontrovertibile. 

Se i bambini non hanno diritti e poteri nell’ambiente di Gesù, noi sappiamo già che il regno dei cieli è dei “poveri in spirito” (Mt 5,3) e più tardi al 19,14 si dirà: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli»; già in Mt 5,19-20 come qui poi ricorrevano le due espressioni: “essere chiamato grande nel regno dei cieli” ed “entrare nel regno dei cieli”. La conversione richiesta comporta pertanto assumere una statura interiore, quella che presenta anche il Salmo 131 che potrebbe accompagnare la preghiera: 

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze. 
2 Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Ancora, diventare come bambini, vuol dire “abbassarsi”, ovvero avere la risoluzione di lasciarsi rendere dal Signore “mite e umile di cuore”, così come si dice di lui in Mt 11,29; (cfr. 21,5). L’ingresso nel regno dei cieli quindi non è vincolato a particolare capacità, a doti straordinarie e tantomeno a qualità di elite, ma alla capacità di divenire accogliente, cosa questa che richiedere passare per la via dell’umiltà. In proposito, nel commentare proprio il versetto 4 Charles de Foucauld così si esprime: 

Dio non ha vincolato la salvezza alla scienza, all’intelligenza, alla ricchezza, ad una lunga esperienza, a doni rari e che non tutti hanno ricevuto, no. L’ha vincolata a ciò che è nelle mani di tutti, assolutamente di tutti, dei giovani e dei vecchi, degli esseri umani d’ogni età e d’ogni classe, di qualsiasi grado d’intelligenza e di qualsiasi condizione… l’ha vincolata a ciò che tutti, assolutamente tutti, tutti possono darGli, a ciò che ogni essere umano, qualunque sia, può darGli, procurandosi un po’ di buona volontà: un po’ di buona volontà è tutto ciò che ci vuole, per guadagnare questo cielo che Gesù vincola qui all’umiltà, al fatto di farsi piccoli, di prendere l’ultimo posto, di obbedire, e che altrove vincola ancora alla povertà di spirito, alla purezza di cuore, all’amore della giustizia, allo spirito di pace, ecc… Speriamo, dal momento che grazie alla misericordia di Dio la salvezza è così vicina a noi, nelle nostre mani, e che ci basta un po’ di buona volontà per ottenerla. 

Farsi piccoli è il cammino della vita cristiana, o se volete vederlo da un’altra prospettiva – quella della grazia – lasciarsi fare piccoli. Le due prospettive naturalmente si integrano tra di loro. La collaborazione presentata dal vostro patrono è quella che consiste nel volere intelligente della via proposta da Gesù, ovvero devo volere questa piccolezza, devo capire cosa mi propone il Signore e con desiderio entrare nella dinamica spirituale che sa che è dono suo ma, allo stesso tempo, richiederà la mia partecipazione, la mia “buona volontà”. Il cammino della piccolezza, il cammino dell’umiltà è quello che ha percorso per primo il Signore stesso, il suo guardarci da sempre, la sua spoliazione perché noi fossimo rivestiti della dignità filiale, il suo venire in basso verso i nostri abissi, la sua ostinata tenerezza per riportarci al Padre. 

La povertà in spirito, assieme alla seconda beatitudine matteana, descrive l’atteggiamento proprio del piccolo. Differentemente da quanti hanno il cuore chiuso e indurito, si fida completamente della cura provvidente del Padre e accoglie tutto ciò che da lui viene con docilità; in quanto mite verso il prossimo è pacifico, cordiale e accogliente. Il piccolo sa di poter contare in ogni istante sulla benevolenza del Padre sa che prontamente lo soccorrerà e che anche sembrasse non ascoltarlo, in realtà sta già provvedendo per ciò che è meglio per lui. 

I seri avvertimenti che seguono nel testo del discorso, sullo scandalo ai piccoli è un’applicazione di quanto mostrato. Matteo non specifica la tipologia dello scandalo ma ora sappiamo che ci stiamo riferendo ai credenti e taluni commentatori allora affermano che si tratterebbe della crisi della perseveranza provocata dall’incoerenza pratica dei cristiani. Lo stile del Pastore che tutto lascia per prendersi cura dell’unica pecora perduta è lo stile che siamo chiamati a fare nostro anche all’interno della comunità, prendendoci cura gli uni degli altri amorevolmente. L’accoglienza reciproca significa accoglienza del Signore presente nella comunità. E questo già ci introduce al secondo momento della nostra riflessione. 

2. Prendersi cura: crescere insieme correggendosi 

Se a stare al centro dei primi 14 versetti è il tema della piccolezza, successivamente entra il gioco il secondo termine fondamentale: fratelli. Leggiamo un altro passaggio del discorso: 

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro (Mt 18,15-20). 

La correzione fraterna, tema del quale parlano questi versetti è un elemento ordinario e fondamentale della vita comunitaria eppure, molto spesso, essa è completamente trascurata o mal interpretata. Allora vorrei vedere in questa pratica insegnata dal vangelo un elemento necessario perché l’identità di piccoli e fratelli caratterizzati dall’accoglienza si sviluppi e fiorisca pienamente. 

La comunità cristiana come insegna il Vangelo non è una comunità trascurata. Non è la sede in cui si può fare tutto senza regole alcune, ma è esigente, si sforza di tendere alla Gerusalemme celeste a cui prelude. Certo con tutti i limiti umani, le fragilità e vulnerabilità umane, ma non sopporta l’ipocrisia. Èuna comunità amorevole ed esigente al tempo stesso. 

La prima parte della pericope, con una serie di periodi ipotetici, presenta le regole della correzione fraterna secondo un climax ascendente: 

“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te… Se non ascolterà… se poi… se poi…” Successivamente troviamo un altro detto di Gesù che pone una corrispondenza tra la terra e il cielo, quindi si tratta della forza del consenso comunitario e da ultimo, al v. 20, ci troviamo al centro, così potremmo dire, dell’intero capitolo presentando la ragione della forza comunitaria: il consenso dei fratelli che ha però una radice fondamentale: la presenza del Signore Risorto. Voglio con voisostare un attimo e cercare di cogliere la stupefacente bellezza di questa chiara dichiarazione. Quest’ultima affermazione è fondamentale, basti pensare a come inizia e si chiude l’intera narrazione evangelica di Matteo: 

Mt 1,23: “… a Lui sarà dato il nome Emmanuele, che vuol dire Dio con noi”. 

Mt 28,20: “…Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Tutto la narrazione evangelica matteana si trova all’interno di questa grande inclusione, quello di cui si parla non è il Dio lontano e disinteressato alle vicende degli uomini, non è il “Dio dei filosofi” astratto e apatico, bensì il Dio con noi che ha deciso di fare una storia e stare dalla parte dei suoi. E al tempo stesso l’affermazione ci ricorda anche altri passi paralleli:

Mt 25,40: “Ogni volta che avete fatto una di queste cose ad uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me; 

Ed uno che presenta la presenza del Signore nei suoi con il tema dell’accoglienza: 

Mt 10,40-41: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

C’è quindi qui tutto ciò che è essenziale, la ragione di tutto: il Risorto è nella sua comunità, essa è il luogo dove egli si rende presente. Questa affermazione riguarda l’intercessione e va ben compresa naturalmente perché potrebbe temo, essere interpretata in modi piuttosto superficiali. Noi ci mettiamo d’accordo, e siamo tutti dell’opinione che una data proposizione del Magistero non sia da ritenersi, allora il Signore è con noi… così facendo scolliamo il Magistero dalla comunità e la comunità dalla guida autorevole di quanti ne detengono la cura per mandato di Cristo stesso. 

Ma ci sono ancora altri testi paralleli a quello di Matteo che possono illuminarci e alimentare la nostra preghiera. 

Lc 17,3: State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai.

Sembra una sintesi estrema del brano, correzione e perdono vanno insieme, in modo immediato. 

Dt 19,15: Un solo testimonio non avrà valore contro alcuno per qualsiasi colpa e qualunque peccato; qualunque peccato abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito. 

Citato al versetto 16 del brano di Matteo. L’importanza della testimonianza, anche perché lo sguardo di uno solo si può ingannare, insieme è più difficile che questo avvenga. 

Lv 19,17: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello, rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato contro di lui”. 

Anziché covare nel cuore, anziché parlare con altri e mettere in cattiva luce, ne parla apertamente con il fratello; non si deve dimenticare poi che a questo parallelo, nel versetto successivo troviamo: “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Quindi l’ambito della correzione è l’amore. 

Allora tirando un po’ le somme, la correzione fraterna è essenziale, eppure dicevamo già abbastanza trascurata. Si preferisce spesso rimanere in silenzio – a volte giustificandolo con una falsa misericordia – oppure, ancora peggio si sparla e questo ferisce la comunità cristiana, si chiacchiera e si promuove l’ipocrisia nella comunità. Ora certamente talvolta i difetti fraterni richiedono silenzio, eppure è spesso meglio parlarne per evitare danni peggiori. Carlo Maria Martini nel parlare alla sua diocesi nella Quaresima del 2002, sottolineava un rischio serio della comunità, quello di diventare insignificante per la vita umana e spirituale della persona. Quindi rimanere nella comunità ma senza trarne alcun giovamento. Affermava come questo rischio sia anche peggiore. 

La vita cristiana propone un sentiero certamente impegnativo, non mediocre e la comunità è il luogo nel quale si esortano i fratelli, rinvigoriscono la loro speranza, ravvivano la certezza che sono chiamati santità. 

Brevemente vorrei infine proporre alcuni elementi di sintesi sulla correzione fraterna rifacendomi anche alla elaborazione spirituale successiva: 

1. Essa è spinta dall’amore per colui che si sa essere realmente un fratello e del quale si desidera il bene. E’ quindi un atto di carità oltre che un dovere etico richiesto dal Vangelo esplicitamente. 

2. Non significa fare una “caccia alle streghe”, oppure volersi ergere a paladini di ciò che è giusto, reputando di essere migliori e arrivati. In genere chi ha facilità nel voler correggere, oppure nel dire per forza la sua manca certamente di umiltà; per non parlare di quanto siano insopportabili quelli che non vedono l’ora di trovare in fallo il fratello, ci godono, ecco qui siamo decisamente al di fuori del Vangelo. Si tratta invece di camminare insieme, di avere veramente accolto nel cuore l’altro e di volere il suo progresso umano e cristiano quasi più del proprio. 

3. Il primo livello proposto dal Vangelo è tu per tu e ciò anche per tutelare la buona fama che mai deve essere infangata. Eppure talvolta accade che alcuni atteggiamenti la comunità tutta già li sa e fa finta di non saperli e anche questo è segno che non sta camminando nella via del Vangelo. 

4. Sottolineo un aspetto: nel Vangelo è un dovere farla, non spetta solo ai pastori che anzi talvolta ne hanno bisogno e la ricevono molto poco. Ma richiede la virtù dell’umiltà, la semplicità di cuore di chi sa che è fragile quanto e più dell’altro che si vuole aiutare. Anche chi è in uno stato di peccato può correggere un altro purché lo faccia senza ipocrisia. 

5. Essa richiede una distanza. Il fratello mi ha ferito e allora non posso correggerlo immediatamente devo tornare nella pace. Essa nasce nella preghiera e si muove nella preghiera per l’altro, sempre necessita di essere guidata dallo Spirito che solo conosce le profondità del cuore. 

6. Non si deve far notare tutto come scaricando un fardello pesante sulle spalle dell’altro che così sarà portato a cadere nella tristezza, se non nella disperazione. Ma devo far notare ciò che penso che l’altro possa portare, vedere, cogliere e quindi camminare. In genere predispone maggiormente l’altro ad accogliere quanto gli dico partire da ciò che di buono e bello ho visto, opera della grazia in lui, doni che rendono più ricca la comunità e poi successivamente mai accusare, ma con dolce tenerezza presentare quanto si è colto fare del male. 

7. La correzione fraterna può essere anche forte e portare a sanzioni dure, temporanee, presenti già nel Vangelo, perché l’ostinazione cessi e si possa tornare a camminare risanati. 

 

Conclusione

Giungendo alla conclusione vorrei esortarvi a scendere in profondità di questo capitolo di Matteo, non ne abbiamo commentati alcuni passaggi molto belli e ricchi di significato, come le parabole che sono esplicative di quanto ci siamo detti. Diventare piccoli e fratelli questo era il tema che ci eravamo posti, la correzione fraterna è un mezzo particolarmente delicato e veramente evangelico. Vorrei lasciarvi qualche domanda per continuare la vostra riflessione personale: 

1) La nostra preghiera è la manifestazione del nostro amore fraterno? Ci amiamo in modo sincero?

2) So ricevere e offrire con animo veramente cristiano, ispirato a benevolenza e cura, la correzione fraterna? 

3) Come la fraternità plasma in me la piccolezza?